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Nella sala 7 della Pinacoteca sono esposti ritratti del XIX secolo. Si tratta per lo più di rappresentazioni di uomini illustri che hanno ricoperto ruoli importanti per la vita culturale e sociale della nostra città. Ma tra questi mi ha particolarmente attratto e incuriosito la figura a mezzo busto, assorta, di un frate, che è stato colto in un momento di riflessione, come si percepisce dall’intensità dello sguardo…

…Si tratta del  Ritratto di Certosino (1917, olio su tela, cm 70 x 50) realizzata dal pittore crotonese Gaele Covelli. Il frate indossa il tipico saio bianco con cappuccio che viene rappresentato con effetti di luce molto intensi; la luce sul volto crea intensi effetti chiaroscurali che lo rendono molto realistico ed espressivo.

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Vicino è esposto anche l’Autoritratto dell’artista (1931, olio su tela, cm 79 x 60), che invece trasmette un senso di tranquilla pacatezza. 

 

In entrambi i dipinti si apprezza la tecnica pittorica che si caratterizza per le pennellate veloci che, però, riescono a catturare  l'aspetto contemplativo e pensoso del primo soggetto e rassicurante del secondo. In entrambi i dipinti si coglie l’inclinazione che ha il Covelli nel cogliere gli aspetti più espressivi dei protagonisti.

Pinacoteca civica, sala 7

Tutor: prof.ssa Anna Benedetto

Scheda a cura di Riccardo Arcudi e Sansiera Gani – 4^DT a.s. 2020/2021

Brevi biografie degli autori

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Gian Emanuele (Gaele) Covelli, figlio di un piccolo commerciante di Crotone, nel 1886 si recò a Napoli per fare il cameriere nella trattoria di uno zio; due anni dopo s'iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Napoli, divenendo allievo di Stanislao Lista e, successivamente, di Domenico Morelli. Nel 1896 esordì col dipinto Contadinella, riscuotendo notevole successo. Nel 1897 si trasferì a Firenze, fondendo così il Verismo napoletano  con le tecniche della Pittura di Macchia fiorentina. Inesauribile fu la sua vena artistica: nel 1899 vinse a Bologna il premio “Cincinnato Baruzzi”  col bozzetto Idillio fugace; nel 1900 tornò a Crotone, dove ebbe varie richieste per l'esecuzione di ritratti; nel 1901 presentò all'Esposizione Internazionale di Venezia la tela Ritratto di signorina inglese;  nel 1902 fu nominato professore  onorario all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 1905 sposò la fiorentina Ida Tacchi, che posò molte volte per lui, e in particolare in due ritratti. Nel 1912 si recò a Londra per esercitarsi nella ritrattistica e, dal 1922 al 1931, partecipò alle Biennali di Reggio Calabria. Alfonso Frangipane fu suo grande estimatore. Morì di polmonite il 22 gennaio 1932 nell'ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze e fu sepolto nel cimitero di Trespiano.

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Vincenzo Jerace nacque a Polistena il 5 aprile 1862, fu pittore, scultore e ceramista, fratello di Francesco, scultore anch’egli e di fama internazionale, del quale frequentò lo studio a Napoli;  parteciparono insieme all’esposizione Nazionale di Torino del 1880 ed in tale occasione Vincenzo vinse una medaglia d’oro;  all’Esposizione nazionale di Roma presentò anche la sua famosissima opera in gesso Il leone d’Aspromonte che rappresentava un leone ferito, allegoria del ferimento di Giuseppe Garibaldi in Calabria a opera delle truppe regie. Fu bravissimo ceramista e intorno  agli anni ottanta iniziò a trarre ispirazione dalla flora e dalla fauna marine, studiò le forme marine e poi le applicò in molti oggetti tra cui vasi e lampade. Era  anche molto abile a utilizzare la matita sanguigna con la quale eseguì molte opere; ricevuto l'incarico di decorare il salone della villa di B. Ruffo di Guardialombarda con un fregio ispirato a Gli amori degli angioli di Th. Moore, poema all'epoca di gran moda, il lavoro venne preceduto da un'ampia serie di sanguigne. Le sue opere trovarono successo in molteplici Esposizioni universali e fu sempre presente alle biennali calabresi a partire dalla prima edizione del 1920. Morì a Roma il 22 maggio 1947.

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Note storiche: Il Ritratto di Certosino ed è stato esposto in occasione della III Biennale d’Arte Calabrese del 1924, al termine della quale la Galleria d’Arte Moderna di Roma l’ avrebbe acquistata. Nel settembre 1922 viene concessa in deposito provvisorio al Museo Civico di Reggio Calabria. L’ Autoritratto invece è stato esposto in occasione della Biennale del 1931 e subito dopo acquistato dal Municipio di Reggio Calabria.

Di fronte ai ritratti di molteplici uomini illustri, spicca un disegno che rappresenta un ritratto femminile molto affascinante. Si tratta del “Ritratto di Fanny Salazar”, splendida opera a matita del pittore, scultore e ceramista di Polistena Vincenzo Jerace…

…Ma chi era Fanny Salazar?

La donna del ritratto era una nota scrittrice, giornalista ed insegnante che si batteva con coraggio per i diritti delle donne. Fu una personalità di spicco nella cultura del tempo, messaggera di rapporti amichevoli tra Italia ed Inghilterra, le sue due patrie, una d’origine e l’altra adottiva.

Nel ritratto Fanny è rappresentata con il volto di tre quarti, indossa un abito accollato e i capelli sono raccolti in una crocchia composta ma non particolarmente acconciata, che sembra rendere bene il suo carattere anticonformista. La tecnica utilizzata è quella della matita sanguina, così detta per il suo colore rosso-bruno. La bravura di Vincenzo Jerace nell’utilizzo di questa tecnica si manifesta attraverso le morbide ombreggiature, i chiari-scuro e i tratteggi finissimi con i quali è riuscito a trasmettere l’idea di bellezza e purezza dei lineamenti, ma anche dei sentimenti, della donna. L’uso della sanguigna conferisce un tocco di colore al ritratto, definisce con cura molti particolari come il colorito dell’ incarnato, la morbidezza della capigliatura  e dell’abbigliamento; l’intensità dello sguardo è la tipica espressione delle donne della nobiltà napoletana dell’800.

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Fondò due riviste, “La Rassegna degli interessi femminili” e “The Italian Rewiev”, attraverso le quali portò avanti il suo impegno per migliorare la posizione delle donne nella società, denunciando l’indifferenza di molte istituzioni, anche italiane, rispetto alle lotte di emancipazione. Il linguaggio delle sue riviste era molto chiaro e diretto poiché nasceva dalla speranza di convincere le donne di ogni ceto sociale a combattere per migliorare la loro posizione nella società.

Scrisse anche libri, tra i più importanti ”Uno sguardo all’avvenire della donna in Italia” e “Antiche lotte, speranze nuove”, il cui l’argomento principale era la necessità di permettere alle donne di lavorare ed essere indipendenti, traguardo importante quanto e ancor più del diritto di voto. Nel suo modo di affrontare le problematiche non attaccava o colpevolizzava la società bensì preferiva argomentare in modo convincente. 

E questo aspetto mi ha particolarmente colpito: secondo me, infatti, è proprio questa la chiave giusta per riuscire ad affermare le proprie idee in un mondo che molte volte non è interessato ad ascoltare!

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Nota: In generale la tecnica della matita sanguigna veniva utilizzata soprattutto per il tratteggio con il quale creare i contrasti di luci e ombre nei disegni preparatori di un’opera, lasciando pulite le parti che dovevano essere più luminose; oppure si utilizzava la polvere che veniva rilasciata dalla sanguigna per creare le sfumature. Veniva utilizzata spesso anche insieme alla pietra nera e ai carboncini. La matita sanguigna si è imposta nel mondo dell’arte fin dal Rinascimento, basti pensare al famosissimo piccolo autoritratto di Leonardo da Vinci.

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