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Museo Diocesano 

Il Museo Diocesano è intitolato a Mons. Aurelio Sorrentino, primo Arcivescovo metropolita di Reggio Calabria-Bova. Qui si può ammirare una ricca collezione d’arte sacra proveniente dalla Cattedrale e dal territorio diocesano.

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Sezione 1 -  I Frammenti della memoria

I marmi della Cattedrale dell’Assunta 

 

In questa sezione troviamo le seguenti opere:

(a sinistra entrando)

• due frammenti di Colonnine

(a destra)

• Lastra figurata con Sacrificio di Isacco

• Lastra figurata con Sacrificio di Caino e Abele:

(in fondo)

• Lastra con iscrizione in latino

• Lastra con Testine alate

• due Angeli reggi Strumenti della Passione

Due frammenti di colonnine (sec.XII)         

Colonnine realizzate da maestranze arabo-normanne nel sec. XII, in pietra calcarea intagliata e provenienti da Terreti o Calamizzi di Reggio Calabria. Decorate da una rete di maglie a rombi dentro ciascuno delle quali c’è un fiore a quattro petali. Molto probabilmente insieme ad altre colonnine reggevano il tabernacolo.

Lastre figurate con sacrificio di Isacco

Due lastre figurate con scene bibliche in marmo scolpito, intarsiato, realizzate da maestranze messinesi nel XIII sec. e provenienti da Reggio Calabria, dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta, Cappella del Crocifisso. Sono parti dell’antico altare e decorazioni marmoree della Cappella fatta erigere nel 1715 dal canonico Saverio Cama, originario della città di Sant’Agata, con il beneplacito dell’arcivescovo Emanuele Bellorado. Dei due soggetti a rilievo uno raffigura il Sacrificio di Isacco.

Lastra con iscrizione in latino 

Realizzata in marmo bianco scolpito, da maestranze messinesi nel XIII sec.

Proveniente da Reggio Calabria, dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta, Cappella del Crocifisso. In origine decorata con tarsie marmoree, tagliate secondo un determinato disegno, per formare una composizione decorativa.

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Lastre con testine alate 

Provenienza: Reggio Calabria, Cattedrale di Maria SS. Assunta, Cappella del Crocifisso.

In origine sorretta da due colonne marmoree bianche con venature verdi, era posta a coronamento del Crocifisso ligneo del quale si legge la sagoma della parte superiore, attualmente esposto in Cattedrale. Nel tondo, sopra le testine, che chiudeva in alto la composizione, era l’immagine in stucco dell’Eterno Padre.

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Coppia di Angeli 

Coppia di Angeli reggi Strumenti della Passione. In marmo bianco scolpito. Realizzati da maestranze messinesi nel XIII e provenienti da: Reggio Calabria, dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta, Cappella del Crocifisso.

Nelle due nicchie laterali all’altare c’erano due angeli impegnati a sostenere gli Strumenti che hanno caratterizzato la passione di Cristo, collocati nel 1728.

Stemma arcivescovile di Monsignor Pietro Di Benedetto

Lo stemma realizzato da una bottega calabrese, tra il 1836 al 1855 in marmo bianco scolpito. Provenienza Reggio Calabria.

Si tratta di uno Scudo con una croce apicale a due bracci traversi e sormontato da galero con quattro ordini di fiocchi. 

All’interno, in alto, sono affiancati l’Agnus Dei (Agnello di Dio) e un leone rampante reggente il Calice eucaristico; in basso, al centro, una croce greca raggiata.

Si tratta dello stemma di monsignor Pietro di Benedetto, eletto arcivescovo di Reggio Calabria nel 1836 e morto nel 1855.

sezione 1

Scheda a cura di Caterina Latella – 4CT a.s. 2020/2021

Il percorso museale

 

Il Museo Diocesano risiede in un’ala dell’antico palazzo arcivescovile tardo-settecentesco costruito sulle rovine di un edificio preesistente, in parte demolito in seguito ai bombardamenti del 1943 e del terremoto del 1908. Il pianterreno è stato adibito a museo, sorto accanto alla vecchia Cattedrale alla fine del XVI sec.  Fondato nel 1957 dall’arcivescovo Giovanni Ferro  e inaugurato con apertura al pubblico nel 2010. Il percorso inizia proprio dal porticato, caratterizzato da volte in laterizio che ricordano gli edifici rinascimentali e oggi dedicato a “i frammenti della memoria”: una selezione di parti lapidee provenienti dall’antico Duomo, dell’antica Cattedrale di Maria SS.ma Assunta, fatta erigere nel 1715 dal canonico Saverio Cama e gravemente danneggiata dopo il terremoto nel 1908.  Nell'ideare il percorso narrativo che guida l'allestimento si è inteso restituire all'opera esposta la memoria della sua funzione originaria, in modo da farne emergere i significati simbolici, la sua valenza di segno, facendo salvi, inoltre, i nessi altrimenti perduti con la comunità religiosa cui essa appartenne e con lo spazio sacro per il quale fu realizzata.   

Tutor: prof.ssa Filomena Nesticò

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sezione 2

Sezione 2 -  Anteprima di pinacoteca diocesana

 

 

Nonostante le dispersioni connesse alle vicende storiche che hanno interessato la città, in particolare gli eventi sismici del 1783 e del 1908, è ancora oggi consistente e di elevata qualità il patrimonio pittorico conservato nel Museo, insieme percorriamo la sezione.

Nel corridoio sono esposti sono esposti tre dipinti.

San Francesco d’Assisi

Il dipinto è stato realizzato dopo il 1725 da un ignoto pittore meridionale, con la tecnica olio su tela. La provenienza è sconosciuta. La figura di San Francesco viene inserita in una nicchia: il santo, vestito del saio indirizza lo sguardo al Crocifisso, (strumento di Salvezza per l’umanità) che regge con la mano destra, mentre con la sinistra tiene un libro, (verosimilmente la Regola Francescana approvata nel 1223 da Papa Onorio III). Un angioletto, in piedi sulla stessa base, sorregge con il capo il libro e rivolge lo sguardo a chi osserva, quasi per invitare gli spettatori a seguire la via indicata dal Santo nella Regola dell’Ordine francescano. In basso ci sono infine, due iscrizioni con delle parti mancanti.

San Pietro resuscita Tabità

Il dipinto risale alla seconda metà del XVIII secolo, proviene dal Palazzo Arcivescovile di Reggio Calabria ed anch’esso è un olio su tela realizzato da pittore ignoto.

La scena illustrata fa riferimento a un miracolo compiuto da San Pietro che è scritto negli atti degli Apostoli. L'artista illustra il momento immediatamente precedente Il risveglio di Tabità, distesa sul letto funebre e compianta dal piccolo gruppo di persone presenti che, con fiducia, rivolgono il proprio sguardo al Santo colto nel gesto deciso del braccio alzato. La tela copia di un'opera di uguale soggetto realizzata dal celebre pittore emiliano Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, a Bologna per la famiglia dell’arcivescovo Alessandro Ludovisi intorno al 1617-1618, opera oggi esposta nella Galleria di Palazzo Pitti a Firenze. 

Miracolo: si racconta che a Giaffa c’era una discepola di nome Tabità buona e generosa. In quei giorni, però, la donna si ammalò e morì ma, i discepoli, venendo a conoscenza che Pietro si trovava in città, lo andarono a chiamare e lui subito, udita la notizia, andò con loro. Appena arrivato, invitò tutti ad uscire dalla stanza dove era deposta la donna, già lavata e vestita, così, inginocchiandosi iniziò a pregare. Successivamente, rivolto alla salma disse:”Tabità alzati!". Ed essa aprì gli occhi.

Scheda a cura di Desirèe Alampi e Ilenia Barreca – 4CT a.s. 2020/2021

Madonna del Carmine e i SS. Nicola di Bari, Sebastiano, Antonio Abate e Antonio da Padova. 

 

Il dipinto, è olio su tela realizzato nel XVIII sec. da un pittore meridionale, la provenienza è sconosciuta. In alto, al centro, è raffigurata la Madonna con Gesù Bambino entro una cornice di nubi, incoronata Regina da una coppia di angeli. La Vergine tiene nella mano destra uno scapolare ed ha lo sguardo rivolto alle Anime del Purgatorio, raffigurate in basso al centro in atto di levare le braccia verso di Lei. Gli Intercessori da sinistra sono: San Nicola di Bari, San Sebastiano, Sant’Antonio Abate e Sant’Antonio da Padova, identificabili per i loro attributi iconografici. 

Curiosità: San Nicola di Bari, Vescovo greco di Myra, è famoso per la leggenda che narra la risurrezione di tre bambini, uccisi dall'oste e posti nella tinozza per la salamoia perché servissero da cibo agli avventori, durante una carestia. 

 

Nell’aula didattica sono esposti due dipinti.

Madonna Immacolata con i Santi Giuseppe e Francesco da Paola 

Il dipinto, olio su tela risale alla prima metà del XVIII sec. Di scuola meridionale e di provenienza sconosciuta. 

Il dipinto raffigura la Madonna Immacolata secondo la descrizione che ne fa San Giovanni nell'Apocalisse: “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle". In basso, ad intercedere presso la Vergine Immacolata sono, secondo lo schema compositivo delle "sacre conversazioni", a sinistra, San Giuseppe e, a destra, San Francesco da Paola. Tra essi c’è una veduta di paesaggio che si presume sia il luogo dove il dipinto fu realizzato: scarsamente connotata, la veduta non offre indicazioni univoche per l'identificazione dei luoghi.

Resurrezione di Lazzaro 

Realizzato nel XVIII sec. da Francesco De Mura è olio su tela e proviene dalla Cattedrale di Maria SS.ma Assunta di Reggio Calabria. 

Il dipinto raffigura Gesù Cristo a Betania, ove era giunto per la morte di Lazzaro, sepolto già da quattro giorni. Dopo aver intimato di rimuovere la pietra del sepolcro e pregato Dio, Gesù ordina al defunto di venirne fuori. Alla sua destra ci sono le sorelle del giovane, Marta e Maria, quest'ultima gettatasi ai piedi di Gesù, Lazzaro, ancora avvolto nel sudario, nell'atto di liberarsi dai vincoli ai polsi e riprender vita. Nel 1860 il dipinto, donato alla Cattedrale dall'arcivescovo Leone Ciampa, è descritto nel presbiterio. Non reca firma e data, né sono stati rintracciati documenti che diano notizia dell'autore del dipinto. Esso, però, è ritenuto opera di Francesco De Mura.

Il pittore, pur dimostrando qualche incertezza compositiva, esprime attenzione alla definizione formale delle figure; solenne monumentalità e un notevole realismo.

sezione 3

Sezione 3 -  L’arredo d’altare

 

 

Al centro della stanza di fronte in alto c’è un dipinto olio su tela, realizzato nella prima metà del XVIII sec. di scuola siciliana, la provenienza è sconosciuta. Viene raffigurata la Madonna Immacolata con i Santi che sono: Bonaventura di Bagnoregio (?), Francesco D’Assisi, Francesco da Paola e Antonio da Padova.

L’autore di questo dipinto è Jacopo detto frà Umile da Messina. Nel dipinto si nota la Madonna in piedi sulla falce di luna pronta a schiacciare la testa al serpente. In alto, sul capo, ha due corone, una di dodici stelle, l’altra è formata da testine angeliche. Ella è racchiusa in un cerchio di luce simbolo della grazia, attorno al quale sono raffigurate i simboli delle litanie mariane. In basso ci sono i Santi. L’unico che guarda verso l’osservatore è il Santo Vescovo e con il dito indica la Vergine, come se lo invitasse a rivolgere a Lei lo sguardo e la propria preghiera, mentre gli altri tre hanno lo sguardo rivolto verso la Madonna.

Si presuppone che il Santo Vescovo a sinistra potrebbe essere colui che incaricò il pittore a realizzare il dipinto.

Scheda a cura di Rebecca Casile e Nicoletta Frascati – 4CT a.s. 2020/2021

Ai lati della sala ci sono due vetrine con opere di argenteria in passato impiegate nell'altare tridentino. In particolare meritano un'attenta osservazione il paliotto e il servizio di cartegloria.

Paliotto

A destra è esposto un paliotto del seicento di manifattura messinese, in tessuto di seta ricamato a punto floscio o posato in bavella di sete policrome. Il disegno riproduce fiori, foglie e uccelli.  Proveniente dalla confraternita dell’Immacolata nella chiesa della SS. Annunziata di Reggio Calabria. Il paliotto è un rivestimento mobile dell'altare che serve a coprire il fronte, eventualmente i lati e talora il retro dell'altare. Esso può essere in tessuto, dipinto o ricamato, in legno, metallo, pietra, avorio o cuoio. Se di stoffa, il paliotto cambia colore secondo la liturgia.

Il servizio di cartegloria                                                                                                                 Realizzato nel 1777 da un argentiere messinese, in argento sbalzato, cesellato. Proveniente dal Santuario di S. Maria delle Grazie di Gallico superiore. Si compone di tre tabelle con all’interno i testi della Messa. Si usava sistemarle nel mezzo dell’altare delle chiese cattoliche, con alcune orazioni della messa stampate in caratteri chiari, per aiutare la memoria del celebrante. Le tabelle, erano racchiuse in cornici di metallo, qualche volta in legno intagliato e dorato. Erano poste: una nel mezzo, con preghiere del Canone e dell’Offertorio, una sul lato dell’Epistola, contenente il salmo Lavabo; e una sul lato del Vangelo. L’uso delle cartegloria è stato abolito con la riforma liturgica del 1965.

Sezione 4 -  Adorazione e Custodia dell’Eucarestia

 

 

Il percorso espositivo di questa sezione si occupa dell’Adorazione e della Custodia dell'Eucaristia. Tra le opere esposte nella prima vetrina spiccano: gli ostensori raggiati, databili tra il Settecento e l’Ottocento, realizzati da argentieri messinesi e napoletani.

Scheda a cura di Stefania Roberta Barreca e Marianna de Franco – 4CT a.s. 2020/2021

sezione 4

Fastigio di tabernacolo, realizzato nel 1864 da un argentiere napoletano, proveniente dalla Confraternita dei Santi San Crispino e Crispiniano. È in argento sbalzato e cesellato, con inserti in velluto rosso, ricamato con filo oro. In alto, al centro, vi sono due Santi titolari della Confraternita che sorreggono il cartiglio con l’iscrizione. Il Fastigio era, probabilmente, parte degli apparati solenni per l’altare maggiore sul quale aveva sede il sodalizio formato dai calzolai della città. La Confraternita, fu soppressa dall'arcivescovo Aurelio Sorrentino nel 1988 e le sue opere sono conservate al Museo diocesano. La chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, attualmente sconsacrata, fu ricostruita dopo il terremoto del 1908 all'incrocio tra la via Filippini e via Fata Morgana.

Sportello di tabernacolo, realizzato da Luigi Natale, tra i1 1832-1839, proviene dalla Arciconfraternita dei Bianchi con sede nella Chiesa di Santo Cristo. Quest’opera è un piccolo sportello in argento posto a chiusura del tabernacolo dove venivano conservate le ostie consacrate e non consumate. Era incernierato alla struttura fissa e veniva chiuso con una piccola chiave. La parte esterna raffigura al centro un calice, con in alto un’ostia recante le tre lettere del nome greco di Gesù (IHS).

Tra le varie opere, nella seconda vetrina sono esposte: stola, pianeta, manipolo e piviale.  
Piviale, realizzato alla fine del del XVIII sec., la manifattura è dell’Italia meridionale, la provenienza dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta. Parato composto da piviale, pianeta, stola e manipolo in Gros de Tour bianco ricamato in oro, donato al cardinale Gennaro Portanova. Viene indossato di norma nelle varie funzioni solenni al di fuori della messa, e in particolare nelle processioni, per la benedizione Eucaristica, ai Vespri e le Lodi solenni.

o, ricamato con filo oro. In alto, al centro, vi sono due Santi titolari della Confraternita che sorreggono il cartiglio con l’iscrizione. Il Fastigio era, probabilmente, parte degli apparati solenni per l’altare maggiore sul quale aveva sede il sodalizio formato dai calzolai della città. La Confraternita, fu soppressa dall'arcivescovo Aurelio Sorrentino nel 1988 e le sue opere sono conservate al Museo diocesano. La chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, attualmente sconsacrata, fu ricostruita dopo il terremoto del 1908 all'incrocio tra la via Filippini e via Fata Morgana.

Sezione 5 -  Arte e Liturgia

 

 

Espone oggetti liturgici usati per l’aspersione, l’incensazione, l’illuminazione, la lettura e la predicazione.

Scheda a cura di Condina Annalisa e Najih Zineb – 4CT a.s. 2020/2021

Candelieri d’altare: sono tre, realizzati  in argento dal napoletano Vincenzo Caruso tra il 1832 e il 1839, e provengono dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta. Sull’orlo della base ci sono le iscrizioni: “Capitolo di Reggio”. Il candeliere è uno degli strumenti più comuni presenti all’interno di una chiesa o un qualsiasi ambiente sacro. La sua funzione è quella di fornire sostegno alla candela, simbolo di luce e di fede. Le candele rivestono un ruolo importante nella vita religiosa, richiamano la luce di Dio e ci ricordano che tutto ha avuto inizio con Lui.

Palmatoria: realizzata da un argentiere napoletano all’inizio del XX sec. è in argento sbalzato, cesellato e bulinato, proveniente dalla Cattedrale Maria SS. Assunta. La palmatoria, in origine, era portata nel palmo della mano e veniva usata per facilitare la lettura, ma soprattutto in segno onorifico di cardinali, vescovi, abati ed alti prelati. Durante lo svolgimento delle celebrazioni liturgiche, veniva retta da un ministro di culto, detto, minister de candela. La palmatoria è costituita da una base a forma di piattello circolare privo di fusto, con un corto bocciolo centrale in cui si inserisce la candela. Il manico ha  un'impugnatura lunga, spesso possiede un anello sottostante per infilarvi il pollice, se cavo, contiene una candela di riserva.

Servizio per aspersione: realizzati da un argentiere messinese tra il 1776-1780, in argento sbalzato, cesellato; sul fondo presentano l’iscrizione: “A.D. 1780”. Provenienti da Orti di Reggio Calabria, è un corredo per la celebrazione liturgica,  costituito da un  secchiello e  aspersorio. Il secchiello si presenta di forma tondeggiante e sagomato, è provvisto del suo aspersorio, con manico lungo e sottile. Questi oggetti costituiscono un corredo liturgico omogeneo per stile e materiale in epoca piuttosto tarda rispetto al loro uso collaudato; ancora nel Medioevo, infatti, l'aspersorio non aveva una specifica connotazione né era associato esclusivamente al secchiello.

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Servizio per incensazione: realizzato da Vincenzo Caruso, argentiere napoletano, tra il 1839 e il 1872, il servizio è in argento sbalzato e cesellato con elementi di fusione. Composto da turibolo e navicella porta incenso, proveniente dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta di Reggio Calabria. Il turibolo è un recipiente a forma di coppa con coperchio controllato da quattro catenelle usato per bruciare l'incenso, mentre la navicella è un recipiente più piccolo a forma di carena di nave usato per contenere l’incenso. Sull’opera c'è il marchio con il nome dell’argentiere.

Legatura di Messale: opera dell'argentiere napoletano Gaetano Pane, in argento sbalzato, traforato e dorato con rivestimento in velluto rosso. Proveniente dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta, reca sul piatto anteriore l’iscrizione: “A.D. 1838”. La legatura è composta da due piatti rivestiti in velluto, ricoperti in lamina d'argento traforata: sul recto, al centro, vi sono simboli e strumenti della Passione e sul verso il busto della Madonna con Bambino. La legatura esposta protegge le pagine di un Messale romano edito a Napoli nel 1837.

Sezione 6 -  Il tesoro delle Cattedrali

 

Scheda a cura di Angela Dotta e Mauro Francesca – 4CT a.s. 2020/2021

In questa sezione, sono esposte nelle tre vetrine opere provenienti dalla Cattedrale dell’Assunta a Reggio Calabria e dalla Concattedrale di Santa Maria Isodia di Bova.

Ostensorio raggiato: realizzato nel 1740 dal napoletano Gaetano Fumo, l’ostensorio proveniente dalla Cattedrale dell’Assunta. L’opera ha un fusto formato da una figura femminile in piedi su un globo di rame dorato che porta nella mano sinistra il calice e la croce: rappresenta l’allegoria della fede, con gli occhi coperti dal velo ad indicare che per avere fede non serve vedere; in alto il busto di Dio Padre con l’aureola triangolare allusiva alla Trinità. Sull’orlo del piede vi è scritto: “S.r Agata Potino Giudice”

sezione 6

Servizio di cartegloria: è un’opera realizzata da un argentiere napoletano realizzato nella metà del XIX sec.  Si tratta di un oggetto liturgico che veniva utilizzato per riportare alcune formule e parti della messa, oggi caduto in disuso con l’introduzione del nuovo rito. La cornice è costituita da volute fogliacee in alto e ai lati decorate con festoni di frutta e fiori, al centro in alto ci sono le lettere greche del nome di Gesù “IHS”.

Processionali: costituiscono la parte finale di due mazze processionali realizzate da un argentiere napoletano tra il 1832 e il 1939, in argento ottocentesco, raffiguranti la Madonna Assunta. Facevano parte dell’apparato processionale, erano gli elementi apicali delle mazze processionali dei Canonici del capitolo della Cattedrale.

Pisside: realizzata da Tanfani e Bertarelli nel 1928, in argento sbalzato, cesellato e dorato con parti a fusione e pietre dure. Proveniente da Reggio Calabria, Cattedrale di Maria SS. Assunta, la pisside fu realizzata in occasione del I° Congresso eucaristico regionale svoltosi a Reggio Calabria nel 1928. Presenta sulla base testine di angeli, il fusto è semplice e nella coppa ci sono i simboli eucaristici dell’uva e delle spighe. Il coperchio termina con una crocetta in cui si trova  un brillante incastonato.

Canopeo: è la sacra suppellettile che in segno di riverenza copre la Pisside contenente le sacre particole, realizzata dagli argentieri Tanfani e Bertarelli nel 1928, in filo oro lavorato ad ago. Proviene da Reggio Calabria, Cattedrale di Maria SS Assunta. Al centro di ogni lato, il ricamo mette in risalto un elemento simbolo di Cristo: il Calice Eucaristico.

Reliquiario a braccio: è uno splendido manufatto in argento sbalzato, bulinato e cesellato. Realizzato da un argentiere messinese nel 1778, proveniente dalla Concattedrale di S. Maria Isodia di Bova. Appartenente alla tipologia dei reliquiari antropomorfi, fu realizzato per devozione dei cittadini di Bova a San Giovanni Theriste, e utilizzato per custodire le sue reliquie, che furono consegnate da Apollinare Agresta al vescovo di Bova nel  1669. Presenta una base circolare su cui si staglia il braccio, che si conclude con la mano.  Tra tutte le affascinanti  tipologie,  quella dei reliquiari a braccio è una delle più comuni ma nello stesso tempo  singolare, poiché  essi, sono espressivi e vanno ben oltre la funzione dei vasi sacri a cui sono adibiti. Ciò è dovuto alla loro forma, la quale può effettuare un gesto e comunicare così in modo analogo a un’immagine un messaggio a chi l’osserva.  

La terza vetrina, dedicata alla Concattedrale di Bova, espone importanti manufatti come anfore per gli oli santi, una pisside, un servizio per aspersione composto da secchiello e aspersorio, un ostensorio raggiato e le due seguenti opere:

Calice: la sua attribuzione è incerta, forse fu realizzato nella bottega fiamminga di Christian Van Vianen nei primi decenni del XVII sec. In argento sbalzato, cesellato e dorato, proviene dalla Concattedrale di S. Maria Isodria di Bova. Di eccezionale lavorazione a rilievo, ed unico esemplare  nel territorio, presenta scene della Passione di Cristo sul piede, sul nodo e sulla sottocoppa.  Fu probabilmente donato alla Concattedrale di Bova da una delle famiglie nobiliari del paese o acquistato da un vescovo dai gusti moderni. Sul fondo del piede ha le iscrizioni:  “In Meliorem Formam Redactvm A.R.S.1842”

Ostensorio raggiato di Francesco Jerace:  è una delle opere di maggior rilievo, appartenente al Tesoro delle Cattedrali.  Realizzato in oro e argento sbalzato, cesellato con elementi a fusione, proviene dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta. Realizzato in occasione del Primo Congresso Eucaristico regionale del 1928, è disposto su una base poligonale sulla quale vi è sovrapposto un globo circondato dai simboli dei quattro evangelisti tra fiori di brillanti e perle alternati. Su di esso poggia un grande angelo alato che sorregge la teca in oro e brillanti a forma di sole raggiato con una corona di spine tra i raggi, infine vi è la croce terminale, arricchita da quattro ametiste e decorata con delle spighe di grano.

Accanto all’Ostensorio si trova l’autoritratto di Francesco Jerace dato in dono al museo anni fa.

Ma chi era Francesco Jerace? 

Nacque a Polistena (RC) nel 1854 e fu uno dei più importanti scultori della regione, tanto che partecipò a ben dieci edizioni della Biennale di Venezia ed a innumerevoli Mostre Internazionali. Realizzò molteplici opere e monumenti celebrativi specialmente in Calabria,  Napoli e Roma. Nel Novecento lavora soprattutto nell’ambito della committenza pubblica, occupandosi, ad esempio del gruppo “L’azione” per il Vittoriano di Roma o del “Monumento ai caduti” di Reggio Calabria. Continua a lavorare fino agli inizi degli anni Trenta, partecipando all’ultima esposizione napoletana nel 1935. Muore a Napoli nel 1937, a ottantatré anni.

Sezione 7 -  Il Vescovo committente di opere d’arte 

 

In una vetrina unica è esposto il bacolo pastorale dell’Arcivescovo Antonio De Ricci.

Realizzato da un argentiere napoletano, verso la fine del del XVI sec. in argento sbalzato, cesellato e dorato con elementi di fusione. Proveniente dalla Cattedrale di Maria SS. Assunta di Reggio Calabria. Il baculo costituisce l’attributo caratteristico del vescovo, costituito da una lunga asta con la parte terminante ricurva a spirale. È l’opera più antica e più importante conservata nel museo. Sul nodo si erge un vero e proprio tempietto a pianta esagonale con sei piccole statuette che raffigurano le Madonna e i Santi. Sempre dal nodo si eleva il riccio decorato con un ricamo floreale in argento filigranato e smalto di colore azzurro per il fondo con dei petali bianchi. All’interno del riccio è raffigurata l’Incoronazione della Vergine. Il bacolo simboleggia la funzione di cura della fede e della morale che il vescovo esercitava sulla comunità cristiana.

Scheda a cura di Giorgia Ardizzone e Giorgia Ficara – 4CT a.s. 2020/2021

sezione 7

Le Sezione intende documentare il ruolo di alcuni Arcivescovi in qualità di committenti di opere d’arte. Le opere sono esposte cronologicamente distinguendo quelle appartenenti all’Arcidiocesi di Reggio nelle prime due vetrine e le altre riferite alla Diocesi di Bova.

Il Crocifisso:  donato tra il 1818 e il 1826 dall’Arcivescovo Alessandro Tommasini, è in avorio ed  ha  la croce lignea con terminazioni in bronzo dorato. La croce  è ottocentesca, mentre il  crocifisso  è sicuramente più antico, probabilmente risale alla prima metà del ‘700,  opera di un artista di grande qualità. La figura del Cristo è resa con particolare perizia della sua anatomia. Attenta e realistica è la tensione drammatica del corpo inchiodato alla croce, allo stesso modo, molto curato è l’intaglio del velo e della cordicella che lo trattengono ai fianchi.

Nella vetrina B di Reggio Calabria ci sono: la croce pettorale, l’anello episcopale, il pallio, il calice, la patena del Cardinale Luigi Tripepi, il copricapo vescovile. Seguono poi alcune opere appartenute all’Arcivescovo Giovanni Ferro, morto nel 1992.

Nella vetrina A di Reggio Calabria sono esposti: il crocifisso, il piviale viola, il calice e l’ostensorio dell’Arcivescovo Mariano Ricciardi.

Il calice e la patena sono opera dei fratelli Dermaquet, orefici di Parigi. In argento fuso, traforato, cesellato, dorato e  con inserti di  smalti e ametiste, è stato  realizzato prima del 1879. Alla base del calice troviamo raffigurate in ceramica dipinta l’Annunciazione di Maria Vergine, Natività di Gesù Bambino, Fuga in Egitto e Crocifissione di Gesù. Sul nodo, invece, entro quattro tondi ci sono i Quattro Evangelisti con i loro simboli e quattro Testine alate. La patena reca al centro la raffigurazione dell’Agnus Dei in ceramica dipinta. Calice e patena furono donati a monsignor Luigi Tripepi, nativo di Cardeto, dalla regina Maria Cristina di Spagna.

Pastorale: donato all’Arcivescovo Ferro nel 1950 dai suoi cittadini di Costiglione D’Asti. Bastone simbolico con estremità ricurva e spesso riccamente decorata, usata dal vescovo nei pontificali e nelle cerimonie solenni. Il pastorale, è legato alla missione del vescovo nei confronti dei suoi fedeli. Per questa ragione esiste una particolare tradizione iconografica legata alla rappresentazione del pastorale nell’arte. Il bastone ha la curva rivolta in avanti o verso il centro solo quando è impugnato da titolare della Chiesa o della Diocesi.

 

Croce pettorale: questa esposta è una seconda versione, la prima venne donata nel 1953 alle popolazioni alluvionate. 

 

Anello: donato all’Arcivescovo da Papa Paolo VI° per aver partecipato al concilio Vaticano II°. È un cerchio in oro fuso bulinato. Raffigura all’esterno Cristo e i Santi Paolo e Pietro e all’interno lo stemma pontificio, portato nel dito anulare del Vescovo in segno di obbedienza e servizio alla chiesa.

Mons. Giovanni Ferro ancora oggi è ricordato come una delle più grandi figure della Chiesa reggina e calabrese dell’ultimo secolo. Nella Cattedrale di Reggio, nella navata destra, si trova il suo monumento funebre. È raffigurato con una grande statua che lo ritrae in abiti pontificali in atto di accogliere i numerosi fedeli, di benedire e di annunziare ad essi i grandi misteri della carità di Cristo.
Nel 1950, quando la città di Reggio cominciò la ricostruzione dalle rovine della seconda guerra mondiale, morì improvvisamente il giovane Arcivescovo Lanza, questo evento suscitò incertezza e sgomento nella popolazione che aveva riposto in lui  tante speranze. Proprio a questa popolazione, afflitta da decenni di miseria economica e depressa dagli orrori della guerra, venne  mandato il nuovo Arcivescovo, Mons. Giovanni Ferro, nato a Costigliole d’Asti il 13 novembre del 1901. Pur non essendo calabrese, si immedesimò subito nella realtà reggina, comprendendo le necessità e le difficoltà e condividendo le gioie ei dolori del popolo a lui affidato. Visitava ogni comunità della diocesi dove era richiesta la sua presenza, anche nei più piccoli e disagiati centri aspromontani, specialmente durante le devastanti alluvioni del 1951, che portano all'abbandono di molti paesi. Ebbe sempre particolare attenzione e disponibilità per i più poveri e bisognosi, riuscendo a farsi povero tra i poveri con grande umiltà e rinunciando, molto frequentemente, alle comodità ed ai privilegi che la condizione di Vescovo gli offrivano. Già durante il suo operato i fedeli della diocesi lo acclamavano vescovo santo. All'età di 76 anni, comunicò le sue dimissioni per raggiunti limiti di età. Morì a Reggio il 18 aprile 1992.

Diocesi di Bova

Piviale in damasco di Giovanni Camerota, realizzato nel XVI sec., da artigiani dell’Italia meridionale, proviene dalla Concattedrale di Santa Maria Isodia di Bova.

Indossato da Giovanni Camerota, vescovo di Bova dal 1592 al 1622 è tra le vesti più antiche e preziose conservate nel museo, presenta agli estremi dello stolone lo stemma del vescovo:  il carro alato.

Il piviale misura cm 294 x 148, il tessuto è  damasco in seta color cremisi; lo stolone e  lo scudo sono di broccatello in seta gialla e cremisi; i bordi a telaio sono prodotti in seta e filato metallico dorato; la fodera in ermesino (seta cangiante leggera e pregiata) color rosso vivo. 

Scheda a cura di Antonino Falduto – 4CT a.s. 2020/2021

Condizioni: le fibre della veste sono lievemente consumate, sia per la natura e proprietà delle fibre, indotti soprattutto da alcune tecniche esecutive utilizzate per la manifattura dell’opera. Il maggiore degrado si riscontra nelle cuciture e in particolare lungo la linea delle cimose. È stata necessaria anche una pulitura del tessuto che era ricoperto di grasso e macchie. Inizialmente è stata disinfettata a tampone con solventi organici per sciogliere la superficie di grasso. La smacchiatura è avvenuta su tavola assorbente, tramite una umidificazione del tessuto, vaporizzando acqua e trattando singolarmente ogni macchia. Mentre l’asciugatura è stata eseguita su tavola imbottita. Lo smontaggio è stato effettuato solo parzialmente per mantenere meglio i particolari sartoriali comprese cuciture e fili, cercando di preservare l’autenticità un’opera antica e di pregevole valore.  Alcune toppe infatti, sono state rimosse perché durante lo smontaggio si era evidenziata la presenza del tessuto originale sotto ad esse. 

Il Restauro: ha sostanzialmente consolidato i tessuti. È stato opportuno intervenire sulla causa del degrado dei tessuti avvenuto in questi secoli; si è quindi agito sia sulla parte interna del manufatto, eliminando le pieghe responsabili delle usure sullo stolone, e sia sulla flessibilità del tessuto esterno. La lacuna presente sul petto è stata riparata tramite il supporto tessile molto simile al tessuto circostante, posizionato all’interno e applicato al broccatello e ricoperto con un velo di tulle per proteggerlo. La bordura in filato metallico e il perimetro interno della parte inferiore del piviale sono stati completati (dove c’erano parti mancanti) e rifiniti con dei bordi in cotone.

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Il Servizio di incensazione, realizzato da Gabriele Sisino, nel 1835-1839, in argento sbalzato e cesellato. Proveniente dalla Concattedrale di Santa Maria di Isoda. Il servizio di incensazione, composto da turibolo e navicella porta incenso, presenta lo stemma del mons. Vincenzo Rozzolino, Vescovo di Bova dal 1835 al 1849.

Il Turibolo,  recipiente a forma di coppa usato per contenere l’incenso e per sprigionare l’odore durante i riti religiosi attraverso la sospensione e la manovrazione rituale dell’ondulazione, è dotato di coperchio e di catena usata come manico. Il turibolo nel medioevo assume un significato simbolico, esso rappresentava il corpo di Gesù, mentre le catenelle (che solitamente sono quattro) rappresentano le virtù cardinali, mentre il fumo emanato da esso rappresenta le preghiere dei fedeli che salgono al cielo.

La navicella è un contenitore a forma di nave destinato a contenere l’incenso. L'uso della navicella si diffuse particolarmente a partire dal XVI-XV secolo. In questo periodo la struttura della navicella è molto semplice, caratterizzata da una coppa stretta e allungata e dal profilo a mezzaluna. Nei secoli successivi la coppa diventa più grande e, particolarmente in età barocca, assunse la forma di una grande nave. La navicella portaincenso è formata da un piede, da un fusto e una coppa che si apre nella parte superiore con una o due valve simmetriche incernierate al centro che fungono da coperchio e sono munite all'estremità di un pomello, di una levetta o di piccoli ganci per facilitare l'apertura.

La Pianeta bianca, realizzata nel XIX secolo, di manifattura Napoletana, in tessuto   Gros de Tours laminato in seta bianca marezzata. Proveniente dalla Concattedrale di S. Maria Isodia di Bova. Anche la pianeta bianca era del Vescovo di Bova, mons. Vincenzo Rozzolino infatti presenta in basso e  al centro il suo stemma vescovile. La bordura è a  galloni in filo oro lavorato ad ago. La pianeta era originariamente una veste sacra, ampia, con un'apertura tonda per la testa, che avvolgeva la persona del sacerdote durante la celebrazione della messa. La foggia del paramento ebbe una progressiva evoluzione con lo scopo di rendere più libere le braccia riducendo la lunghezza dei fianchi, gradualmente divenne una veste semi-rigida, foderata, da indossare con una allacciatura sui fianchi.                        

Sezione 8 -  Arte e devozione: le confraternite

Questa sezione espone: vasi sacri, oggetti liturgici e processionali connessi allo svolgimento dei riti e delle funzioni di alcune confraternite reggine.

Scheda a cura di Teodora Arteni e Sara Paturzo – 4CT a.s. 2020/2021

sezione 8

Nella vetrina A spicca  un arazzo realizzato in seta policroma, databile tra fine Seicento e prima metà del Settecento, è un’ opera forse di manifattura siciliana. Al centro è rappresentata una scena orientale e ai lati un disporsi di foglie, motivi floreali, grifi alati, satiri e figure mitologiche tra cui  la divinità egizia Iside con una falce di luna sul capo. L’arazzo era destinato alla dimora di un nobile reggino: è pervenuto al Museo diocesano assieme ai paramenti sacri appartenuti alla Confraternita dell’Immacolata.

Nella vetrina B sono custoditi i medaglioni di confraternita ottocenteschi, di questi, due in particolare sono legati alla Confraternita di Sant’Eligio, della quale  erano il segno distintivo. Eretta nel 1661, in seguito al terremoto del 1908 l’edificio sacro crollò e gli arredi sacri tratti in salvo furono consegnati alla Curia diocesana. Uno è in argento, l’altro è dorato. Sono racchiusi entro una ghirlanda floreale sormontata da una corona con volute e crocetta apicale.

Al centro recano la raffigurazione di Sant’Eligio, a sinistra è inciso un  incudine e un martello (essendo il protettore dei fabbri), a destra un cavallo, poiché si racconta che riattaccò miracolosamente una zampa a questo animale.

sezione 9

Croce penitenziale: realizzata nel 1826 in una bottega dell’Italia meridionale, è in legno e argento cesellato, sbalzato. La provenienza è sconosciuta. La croce è il simbolo cristiano più diffuso. È una rappresentazione stilizzata dello strumento usato dai romani per l’esecuzione capitale tramite la crocifissione, il supplizio che secondo il vangelo e la tradizione cristiana è stato inflitto a Gesù Cristo. La croce penitenziale è una croce carica di simboli che raccontano gli ultimi giorni di vita di Cristo. Sono rappresentati: una lanterna, chiodi, martello e i dadi con cui i soldati romani si giocarono le vesti di Cristo; un calice, la colonna alla quale Gesù fu legato per essere flagellato, la corona di spine, la scala, la lancia con la quale  fu trafitto al costato e una lancia con una spugna utilizzata dopo averla imbevuta in acqua acetica.

Gesù Risorto e la Madonna ai lati della Croce: dipinto settecentesco realizzato da un ignoto pittore meridionale. È un olio su tela proveniente dalla chiesa di Santa Caterina d’Alessandria. Posto sull’altare fin dalla fine del Settecento, il dipinto raffigura Gesù risorto e la Madonna ai lati della Croce, in alto c’è Dio Padre, gli Angeli che reggono i simboli e gli strumenti della passione e la Colomba che rappresenta lo Spirito Santo, simbolo di pace e speranza.

Servizio di ampolline: in argento sbalzato e  bulinato, sono state realizzate dal maestro argentiere Michele Pane tra il 1832 e il 1881 Sulla pancia presentano le iscrizioni: “P.F.” e sul piatto “PER. DIV.NE/DEL FRA.LO/PAOLO FEDERICO /1881”. Provenienti dalla Cattedrale di Maria SS. dell’Assunta, Confraternita del SS.mo Sacramento. Sull’altare, insieme agli altri oggetti sacri, ci sono anche le ampolle per il vino e per l’acqua non ancora consacrati.  La consacrazione del vino che avviene durante l’Eucarestia non è un “simbolo”, bensì la reale trasformazione del vino nel sangue di Cristo versato sulla Croce per salvarci dal peccato. Il servizio di Ampolline esposto, realizzato interamente in argento, ha la tipologia a brocca, con corpo panciuto poggiante su un piede, collo lungo con versatoio a beccuccio e manico a voluta. 

Sezione 9 -  Arte e devozione: il culto dei Santi 

La sezione ospita oreficerie legate al culto della Madonna della Consolazione patrona della città di Reggio Calabria e le statue collocate fuori delle vetrine.   

Scheda a cura di Maria Bentivoglio e Antonino Crea  – 4CT a.s. 2020/2021

Santo Stefano protomartire. La  statua lignea era collocata nella cappella dedicata al Santo. È stata recuperata tra le macerie del terremoto. Ha perso la mano destra e solo lungo il fianco sinistro della veste conserva tracce dell’originaria decorazione policroma (rosso e oro). 

Primo martire cristiano, in ordine di tempo, Stefano era un diacono, un laico al quale il vescovo aveva delegato alcune funzioni sacerdotali.  Nel 36 d.C. a Gerusalemme fu letteralmente lapidato. La lapidazione era la pena contemplata dalla legge mosaica per le colpe ritenute più gravi, quali la blasfemia e l'adulterio. Si racconta, che dopo la morte, molti miracoli sarebbero avvenuti semplicemente toccando le reliquie, o addirittura solo attraverso il contatto con la polvere della sua tomba. In un secondo tempo la maggior parte delle reliquie furono derubate dai crociati nel XIII secolo.

Medaglia. In argento fuso a stampo e dorato, proviene dalla Basilica Cattedrale di Maria SS.ma dell’Assunta in Cielo di Reggio Calabria. 

Il pittore reggino Vincenzo Cannizzaro, a Roma  il 21 novembre 1766 con il dipinto La trasfigurazione di Cristo sul Tabor,  vinse la medaglia d’oro inserita in una cornice con ghirlanda, come premio del concorso indetto dall'Accademia Reale di Belle Arti. L’artista di salute cagionevole, forse per voto, la offrì l’anno successivo, insieme a tutta la sua produzione artistica, alla Madonna della Consolazione di Reggio Calabria. Morì  il 20 giugno 1768, a soli 26 anni.

 

Coppia di candelabri: realizzati nel 1885 dal napoletano Vincenzo Catullo, in argento fuso, sbalzato, bulinato e cesellato. Provenienti dalla Basilica Santuario della Madonna della Consolazione di Reggio Calabria.  

Questi meravigliosi candelabri realizzati per la vara della Madonna della Consolazione, collocati fino a venti anni fa nella parte anteriore per poi essere tolti perché necessitavano di un intervento di restauro. Hanno dieci bracci e la base ottagonale sulla quale si erge una bellissima scultura raffigurante un Angelo che regge una cornucopia. Sulla base ci sono due placche in argento, in quella di sinistra è raffigurato San Giorgio e il drago, quella a destra ha un’iscrizione: “A lei che la scampava dal colera Reggio riconoscente offre nel 1885”. L’iscrizione documenta che i candelabri sono stati offerti alla Madonna in segno di ringraziamento per aver preservato il popolo reggino dal contagio del colera che si era diffuso l’anno precedente.

Statua di San Giorgio e il drago. L’opera realizzata dall’artista Agesilao Flora nel 1901, è in cartapesta modellata e dipinta. Proviene da Bagnara. Il santo è raffigurato in piedi con il volto dall’espressione composta, indossa un’armatura metallica lucente e decorata in oro. Sul capo porta un elmo piumato molto elegante; le mani sorreggono una lancia nell’atto di trafiggere un drago ai suoi piedi con le fauci minacciosamente spalancate. Inoltre, il suo mantello rosso trattenuto da una cintura color ocra svolazza dietro la schiena, sollevato dal movimento dell’azione.  Nel 1901 Francescantonio Caruso da San Giorgio Morgeto si trasferì a Bagnara dove aprì una ditta di imballaggi e per mantenere saldo il legame con il paese d’origine commissionò ad un non identificato scultore leccese una statua in cartapesta raffigurante San Giorgio e il drago. L’opera si conservava nel palazzo di famiglia e annualmente era portata in processione finché non fu sostituita da un’altra lignea. Ridotta in pessimo stato di conservazione l’opera nel 2011 è stata donata al Museo diocesano dagli eredi della famiglia Caruso e l’anno successivo è stato restaurato.

San Giorgio incarna alla perfezione i valori cortesi di cavalleria, coraggio e intraprendenza. Il Santo diventa anche il simbolo di fede che vince sul male. La Legenda Aurea Jacopo da Varagine narra che nella città di Silene, in Libia, c’era un lago nel quale si nascondeva un drago, per tenerlo lontano gli abitanti, estraevano a sorte giovani vittime da dargli in pasto; quando il sacrificio toccò alla figlia del re, intervenne san Giorgio a cavallo, neutralizzò il drago (scena immortalata dagli artisti). L’animale però, non fu ucciso e la principessa lo condusse legato e ammansito in città. Gli abitanti, riconoscenti, si convertirono al cristianesimo.

Nell’ultima sezione del museo sono esposti  paramenti liturgici di diverse provenienze, possiamo notare il percorso evolutivo con il passare degli anni. 

Il piviale violaceo simboleggia la speranza e l’attesa; di manifattura italiana del XIII sec., è sconosciuta la provenienza. Il manto è in damasco con fondo raso, lo stolone e scudo in taffetas. All’esterno doveva esserci un cappuccio. Ciò che rimane di quest'ultimo è il cosiddetto "scudo" posteriore

Il Parato Nobile è paramento composto da piviale, pianeta, dalmatica, stola e manipolo. Di manifattura francese realizzato a Lione nel 1735 circa. In taffetas cannetilè broccato e lampasso broccato. Appartenente alla Confraternita dell’Immacolata e proveniente dalla Chiesa della SS.ma Annunziata. ll lampasso, conosciuto fin dal X secolo, è un prezioso tessuto operato. Il suo nome deriva dal tessuto sontuoso e pregiato, i cui grandiosi disegni e trame in oro e argento farebbero pensare all’arte barocca. La sua complessa struttura richiede due sistemi di ordito, uno di fondo e uno di legatura, e almeno due serie di trame. Queste strutture creano un effetto tridimensionale nei disegni e si prestano molto bene a incorporare fili metallici decorativi, in oro o argento, per impreziosire il tessuto. Il disegno, che generalmente non è a rilievo, risalta netto dal fondo la cui armatura è solitamente in raso o taffetà. 

sezione 10

Utilizzato durante l’Avvento, la Quaresima e nella liturgia dei defunti. La pianeta era originariamente una veste sacra, ampia, con un'apertura tonda per la testa, che avvolgeva la persona del sacerdote (come piccola casa) durante la celebrazione della messa.

 

La dalmatica, di manifattura catanzarese realizzata agli inizi del XVII sec., in velluto cesellato; Gros de Tours laminato, di provenienza sconosciuta. 

Nella storia della Chiesa è uno dei più antichi paramenti sacri e risale al IV secolo. La dalmatica è una lunga tunica, che arriva all'altezza delle ginocchia, generalmente aperta lungo i fianchi, a volte chiusa da cordoni terminanti con nappe; ha le maniche corte ed ampie, ugualmente aperte nella parte inferiore. Può essere di diversi colori liturgici, a seconda del periodo in cui viene indossata.

Brevi note biografiche 

Agesilao Flora, nato a Latiano il 29 l luglio 1863, artista eclettico, fu un validissimo decoratore, un apprezzato paesaggista e un originale cartapestaio. Discendente da una famiglia di artisti, si formò a Roma sotto la guida di Gerolamo Savorelli presso lo studio di Gaetano Kock. Passò in seguito allo studio di Giuseppe Saccone, autore del Vittoriano, Tra le sue opera principali c’è un affresco su Giovanna d’Arco nella cattedrale di Gallipoli. Ha fondato uno studio d’arte, un laboratorio di cartapesta dopo aver appreso l’arte della cartapesta da Achille De Lucrezi e Luigi Guecci, e una scuola d’arte applicata all’industria. A partire dal 1891 eseguì con linguaggi tra classico e liberty, le decorazioni di case private e di istituzioni  pubbliche e di molteplici chiese. Espose in varie biennali d’arte come quelle di Gallipoli, Lecce e altre città d’Italia. Morì a Lecce, l’11 dicembre del 1952.

Scheda a cura di Alessia Cutrupi e Amina Najih  – 4CT a.s. 2020/2021

Sezione 10 -  Paramenti liturgici

Fonti di ricerca                                                                                                 

Materiale didattico fornito dalla dott.ssa Lucia Lojacono responsabile del Museo Diocesano.

https://www.museodiocesanoreggiocalabria.it

https://www.regione.marche.it/Regione-Utile/Cultura/Catalogobeniculturali

https://it.cathopedia.org

https://www.treccani.it/vocabolario/cartagloria  

https://ordina.progettoliturgico.it/

http://www1.unipa.it/oadi/

http://www.santiebeati.it/

https://www.guidedocartis.it/?page_id=1282

http://www.valerioterragno.it/artisti-salentini/103-flora-agesilao

https://www.foliamagazine.it/san-giorgio-e-il-drago/                     

La stola di taffetas lanciato broccato; in ciniglia, con ricamo in argento filato. Di manifattura Siciliana, realizzata verso la fine del XVIII sec. Proveniente dalla chiesa della SS.ma Annunziata, Confraternita dell’Immacolata. È costituita da una striscia di stoffa lunga tra i 200 e i 250 centimetri ed è ornata generalmente con tre croci, una a ciascuna estremità ed una al centro. Poiché è l'elemento distintivo proprio del ministro ordinato, nelle celebrazioni e nei riti è obbligatorio il suo utilizzo da parte del diacono (che nel rito romano la indossa sotto la dalmatica e da parte del presbitero e del vescovo sotto la casula e sotto il piviale). Simboleggia l'innocenza necessaria per compiere il servizio sacerdotale e l'abito di gloria con cui sarà rivestito il servo buono e fedele dal Signore come ricompensa per i suoi meriti. Evoca quindi l'abito della festa che il Padre ha messo al figliol prodigo quando è tornato a casa vergognandosi di ciò che aveva fatto. Solo Dio può concederci questo abito e renderci degni di presiedere la sua tavola e di stare al suo servizio.

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